giovedì 5 aprile 2018

Recensione: Epepe

Odiava quella città, la odiava profondamente perché gli riservava solo sconfitte e ferite, lo costringeva a rinnegare e a cambiare la sua natura, e perché lo teneva prigioniero, non lo lasciava andare, e ogni volta che provava a fuggire lo ghermiva e lo tirava indietro.

Epepe
Ferenc Karinthy
Adelphi

Trama
Ci sono libri che hanno la prodigiosa, temibile capacità di dare, semplicemente, corpo agli incubi. "Epepe" è uno di questi. Inutile, dopo averlo letto, tentare di scacciarlo dalla mente: vi resterà annidato, che lo vogliate o no. Immaginate di finire, per un beffardo disguido, in una labirintica città di cui ignorate nome e posizione geografica, dove si agita giorno e notte una folla oceanica, anonima e minacciosa. Immaginate di ritrovarvi senza documenti, senza denaro e punti di riferimento. Immaginate che gli abitanti di questa sterminata metropoli parlino una lingua impenetrabile, con un alfabeto vagamente simile alle rune gotiche e ai caratteri cuneiformi dei Sumeri - e immaginate che nessuno comprenda né la vostra né le lingue più diffuse. Se anche riuscite a immaginare tutto questo, non avrete che una pallida idea dell'angoscia e della rabbiosa frustrazione di Budai, il protagonista di "Epepe". Perché Budai, eminente linguista specializzato in ricerche etimologiche, ha familiarità con decine di idiomi diversi, doti logiche affinate da anni di lavoro scientifico e una caparbietà senza uguali. Eppure, il solo essere umano disposto a confortarlo, benché non lo capisca, pare sia la bionda ragazza che manovra l'ascensore di un hotel: una ragazza che si chiama Epepe, ma forse anche - chi può dirlo? - Bebe o Tetete.


Cosa fareste voi se un giorno, l'aereo su cui viaggiate, atterrasse in un aeroporto sconosciuto, di una città sconosciuta, dove la densità di popolazione è esageratamente assiepata in ogni angolo di strada? 
Voi siete un linguista rinomato, sapete parlare o capire quasi ogni lingua moderna, ma non quella della città misteriosa. L'alfabeto, e i numeri, sono idiomi runici sconosciuti. Avete solo qualche contante in tasca e i vostri documenti. 



Cosa fareste in un luogo del genere, dove ogni contatto umano è impossibilitato dalla folla, che non ti permette i più facili spostamenti, e dalla frenesia che alberga nelle persone? 
L'unica risposta può darla la giovane ragazza bionda che manovra l'ascensore dell'hotel nella quale avete faticosamente conquistato una stanza. Come si chiama la ragazza? Epepe? Ebebe? Babe? Di sicuro è l'unica persona con cui possiate ambire a un contatto di tipo umano. 


Un romanzo, quello di Ferenc Karinthy, che segue un ritmo incalzante, che fa dell'ansia e della angoscia i suoi punti di riferimento ampiamente trasmessi al lettore, il quale si ritroverà li, affianco a Budai, il protagonista, a cercar di sbrogliare il bandolo della matassa di una situazione grottesca e quantomeno improbabile. Anzi, impossibile.
Ferenc Karinthy è uno scrittore ungherese, vissuto tra il 1921 e il 1992. Epepe, uscito nel 1970, è il suo romanzo più famoso. 
Buona lettura!

- Emanuele -

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