mercoledì 27 giugno 2018

Recensione: L'ultima patria


Erano trascorse due estati da quando la Jole aveva oltrepassato la frontiera, ritrovato suo padre e fatto ritorno a casa insieme a lui. Due anni possono essere un tempo lungo oppure breve, dipende da una moltitudine di cose, a cominciare dal luogo dove si vive.

L'ultima patria
Matteo Righetto
Mondadori

Trama
È il 1898, un freddo mese di novembre. Sulle arcigne montagne tra l'altopiano di Asiago e la val Brenta, a Nevada, gli abitanti sono ormai quasi del tutto scomparsi: la maggior parte di loro, oppressa da una spaventosa povertà, ha abbandonato i luoghi d'origine per emigrare in America in cerca di fortuna. Jole ha compiuto vent'anni e cresce sempre più bella mentre la sua giovane sorella Antonia ha seguito la vocazione religiosa e ha deciso di farsi monaca; il fratellino Sergio è preda di strani tremori dovuti a una causa misteriosa e viene affidato alle cure della "Santa", la guaritrice di un paese vicino. La momentanea apparente quiete della zona viene sconvolta quando entrano in azione due banditi che hanno intercettato il tesoro di lingotti guadagnati dal capofamiglia Augusto nel vecchio contrabbando con l'Austria-Ungheria. Jole si troverà da sola a fronteggiare il disastro: mossa da una sete di vendetta e armata soltanto del fucile paterno, si lancerà con l'inseparabile destriero Sansone sulle tracce degli assassini per fare giustizia. Ad accompagnarla saranno ancora una volta il vento e le stelle, che la circondano in uno scenario mozzafiato. Durante l'inseguimento, Jole attraverserà all'ultimo respiro boschi e paesi innevati e supererà continue difficoltà, senza mai perdere la determinazione che la contraddistingue, in accordo con la magia della natura e la fedeltà ai propri valori, lungo un viaggio che la costringerà ad andare molto più lontano di quanto avesse mai immaginato. "L'ultima patria" è il secondo romanzo della "Trilogia della Patria".

Il primo volume della Trilogia della Patria è L'anima della frontiera e ve ne avevo parlato QUI. Oggi vi racconto la mia opinione di L'ultima patria di Matteo Righetto, Mondadori. 
Siamo ancora una volta a Nevada, un paesino, pochissime case, in quella zona della Val Brenta incuneata tra l’Altopiano di Asiago e il massiccio del Grappa. Zona difficile da vivere, soprattutto a fine ‘800. Siamo ancora una volta a osservare la vita di Jole De Boer e della sua famiglia, unica ormai rimasta lassù.

Era sempre più bella, la Jole, coi capelli che le scendevano lungo la schiena, chiari come il fieno raccolto sui prati, e la pelle brunita dal sole dell’ultima estate.

In questo secondo capitolo della Trilogia della Patria, ritroviamo una Jole ventenne, sempre più bella, sempre più forte, sempre più testarda e decisa. Accanto a lei non possono mancare i genitori, Augusto e Agnese, sempre dediti alle fatiche dei campi e della casa, il piccolo Sergio, ormai dodicenne, e Antonia, entrata in convento giù a Bassano. Nonostante le fatiche a cui obbliga la vita di montagna, sono sereni.

Uno dei due uomini acquattati, quello più smilzo e con la metà del volto deformato da una grave ustione, si sfilò lentamente dalla testa il cappello di feltro, […] l’altro [era, n.d.r.] più grosso, con una cicatrice da taglio sulla guancia destra, gli occhi iniettati di sangue e le sopracciglia che sembravano un unico cespuglio di rovi selvatici, buono come tana per le vipere.

Capiamo fin da subito che qualcosa sta per accadere, dal momento in cui, nelle prime pagine, incontriamo due loschi figuri che spiano Augusto per scoprire dove nasconda i suoi lingotti di argento e rame: Strim e Ruggero, delinquenti che non si fanno scrupoli a rubare e uccidere. Anche i due poveri genitori De Boer.

Lo riconobbe subito. Era il vento della frontiera, lo stesso vento di allora, sceso per compatirla e risollevarla, e per ordinarle di andare avanti. Era lo stesso vento che soffiava sui confini posti tra debolezza e forza, viltà e coraggio, umiliazione e riscatto.

Da qui inizia il primo viaggio di Jole, sia interiore che fisico: dopo aver lasciato il piccolo Sergio, gravemente malato, alle cure di Antonia e delle sue consorelle, parte alla ricerca dei due malviventi, con il chiaro intento di vendicare la morte dei genitori. Non è la prima volta che Jole deve farsi forte e andare “oltre”.

“Per gli esseri umani avere una patria […] è come per gli alberi avere il suolo. È il luogo in cui poter crescere, mettere radici, sentirsi forti. Ma non tutti i terreni vanno bene per tutti gli alberi. E quando certi venti tempestosi soffiano forte, allora si sradicano intere foreste…”

Il secondo viaggio, molto più lungo e imprevedibile, la porta alla stazione di Bassano insieme a Sergio, pronti per partire per la tanto decantata America. Non è stata una scelta facile quella di andare via e lasciare la sua terra, ma non riuscirebbe più a tornare a Nevada sapendo che non ci saranno più i suoi genitori ad aspettarla. Meglio partire e sperare in una vita migliore nel Nuovo Mondo.

“Se andare verso la frontiera significa viaggiare senza sapere dove andare e quindi crescere, […] avere una patria significa riconoscersi, sapere chi siamo e cosa saremo.”

I due temi fondamentali che emergono da questo nuovo libro di Righetto, e che si alternano come le facce di una stessa moneta, sono la “patria” e la grande emigrazione di fine ‘800/inizio ‘900, la quale ha svuotato interi paesi, soprattutto quelli più lontani dalle grandi città e dai posti di lavoro.

Jole, durante tutta la storia, si chiede continuamente cosa sia la patria e, soprattutto, cosa significhi per lei. Non riesce a darsi una risposta, fino a quando arriva alla conclusione che la vera patria resta dentro ognuno di noi, nel sangue, anche se lontani migliaia di chilometri dalla terra natia.

Il grande esodo di fine secolo, poi, oltre ad essere tra le cause dell’isolamento dei De Boer, è anche spunto per interrogarsi sul valore del concetto di “patria”, per i protagonisti della storia, ma anche per noi lettori, in un periodo storico nel quale “amare la patria” si traduce in tifo calcistico e in una biasimevole avversità nei confronti dello straniero.

La gioia, senza il pane, è come una valle senza un monte.

Ancora una volta Matteo Righetto ci porta tra le montagne venete alla scoperta di luoghi, ecosistemi, tradizioni difficili da conoscere per chi non li vive. Attraverso le vicende dei De Boer, scopriamo usi e abitudini degli abitanti di quelle terre in quel particolare periodo storico, tanto importante quanto confuso a causa dei grandi mutamenti sociali ed economici.

Una lettura che scorre di pagina in pagina come uno dei tanti ruscelli che la Jole è costretta a oltrepassare per raggiungere le sue mete. Forse troppo velocemente nei punti cruciali del testo; ma non è un thriller, quindi la suspense lascia il posto ad altre sensazioni.

Per chi ha amato la famiglia De Boer in L’anima della frontiera, è impensabile non voler sapere come proseguirà la vita dei “piccoli” di casa, a cui ci si affeziona fin da subito.

Avrebbe trovato e si sarebbe fatta un’altra patria, come tanti. Perché quella che tutti avevano sempre chiamato in quel modo, lì da lei, tanto a Nevada quanto tra le altre montagne venete, non esisteva più. Qualcuno aveva portato via ogni cosa a quella gente, perfino il diritto di morire laddove erano nati.

Buona lettura!

- Annalisa - 

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