mercoledì 28 marzo 2018

Recensione: Paradiso e inferno

Un nuovo acquisto tra i guest blogger di Le Recensioni della Libraia, oggi ci delizia con la sua opinione di “Paradiso e inferno” di Jón Kalman Stefánsson, Emanuele Lagomarsino. Per scoprire di più su lui vi rimando alla bio in fondo alla recensione. 


Paradiso e inferno
Jón Kalman Stefánsson
Iperborea


Trama

È l'Islanda, dove le forze primordiali della natura rendono i destini immutabili nel tempo, il luogo di questo racconto di gente di mare persa nell'asprezza dei giorni e delle notti, di un ragazzo segnato dalla solitudine, e del suo grande amico Bárour, pescatore di merluzzo per necessità, ma in realtà poeta, sognatore, innamorato dei libri e delle parole, le uniche in grado di "consolarci e asciugare le nostre lacrime, sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore". Parole che possono anche essere fatali: come per Bárour, rapito da quel verso del Paradiso perduto di Milton che ha voluto rileggere prima di imbarcarsi, al punto da dimenticare a terra la cerata, correndo il rischio di trovare una morte invisibile e silenziosa come quella dei pesci. Storia di tragedia e di ritorno alla vita all'inseguimento di un destino diverso, "Paradiso e inferno" è un'avventura iniziatica, un viaggio metafisico, la ricerca di un senso e di uno scopo alto nella vita, ma soprattutto un inno al potere salvifico delle parole. Con una scrittura magnetica che decanta l'essenziale, Jón Kalman Stefánsson racconta con infinita tenerezza un'amicizia, la storia di due ragazzi che si innalza in una sfera magica sopra il frastuono del mondo, per ricordare che la vita umana è sempre una gara contro il buio dell'universo, in cui "non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere".

Si può morire per un libro? O meglio, si può morire per colpa di una poesia? 
“Paradiso e inferno” di Jón Kalman Stefánsson (Iperborea) è un libro che riesce a raccontare un’Islanda selvaggia dove l’uomo è in continua lotta per la sopravvivenza
Bardur e l’amico (nel romanzo non verrà mai svelato il nome), stanno per salire sulla piccola barca in compagnia di altri quattro pescatori di merluzzi. Il piccolo guscio di noce viene però sorpreso al largo da una tempesta di pioggia e di giaccio, mentre forti folate di vento minacciano di rovesciare la barchetta. In quel momento, l’unica cosa in grado di salvare la vita a un essere umano è la cerata. Immediatamente l’equipaggio indossa l’indumento per poi tornare a dedicarsi alla pesca seppur le condizioni siano proibitive. Ma non Bardur. Lui la cerata l’ha dimenticata nella baracca sulla spiaggia. Ora sta morendo, ma mentre l’amico cerca di fargli scudo con il corpo, la vita sta abbandonando quel corpo. Il ragazzo sarebbe persino disposto a cedergli la sua, di cerata, ma gli altri pescatori glielo impediscono. Con due cadaveri a bordo e quattro braccia in meno a remare non avrebbero più possibilità di ritornare in spiaggia. 
Il motivo per cui Bardur dimentica la cerata può apparire stupido: il ragazzo rimane rapito da un verso del "Paradiso Perduto" di Milton. Poco prima di partire per la pesca, Bardur tenta di imparare a memoria quelle parole. Non vuole staccarsi dall’estasi che gli provocano. Le dedicherà alla ragazza che ama, appena tornerà a terra. 

Or scende la sera 
a deporre il manto 
greve d’ombre 
su ciascuna cosa, 
la scorta il silenzio 
Nulla mi è delizia, tranne te. 

Quindi sì, in "Paradiso e inferno" Stefánsson, ci racconta come è possibile morire di poesia.
Il libro è scritto come un flusso di pensiero, alla maniera dell’Ulisse di Joyce
Non c’è distinzione tra narrazione e dialoghi: le parole sono un fiume, anzi, un mare in tempesta, che lascia spazio solo alla vicenda che travolge i due ragazzi e incornicia una vita dura, pericolosa, dove la ricerca della bellezza, dell’emozione, è relegata in un angolo in attesa di un minuto libero tra il lavoro e il buio. 
“Paradiso e Inferno” è uno dei miei libri preferiti perché l’autore riesce a far passare in secondo piano l’importanza della trama, che è molto avventurosa e struggente, mettendo in risalto le emozioni dei protagonisti, il forte senso di amicizia che li lega, il terrore di perdere qualcuno che si ama e la forza che bisogna metterci sempre, nella vita, per andare incontro alle cose. 
Belle o brutte che siano.
Buona Lettura!

- Emanuele - 


Emanuele Lagomarsino nasce a Chiavari il 18 marzo 1988 da Giorgio e Laura. Primo di due figli, si diploma Geometra e a ventitré anni inizia a guadagnarsi da vivere gestendo il distributore di carburanti di famiglia nell’entroterra chiavarese, scrivendo e leggendo tra un cliente e l’altro o nei pochi momenti liberi della giornata. 
Oltre alla scrittura e alla lettura, è un grande appassionato di calcio, sci, escursioni e nuoto. Profondo il legame con la sua terra e con l’appennino ligure, ogni occasione è buona per salire in vetta a una delle montagne alle spalle della riviera di Levante. 
Nel 2013 pubblica Cristalya piazzandosi nei 20 semifinalisti del Premio Bancarellino 2014. Nel 2015 pubblica "Come un battito d'ali" e si classifica al primo posto del Premio Francesco Dallorso di Lavagna. Nel 2016 arriva finalista al Premio Descalzo di Sestri Levante. Nel 2017 esce con Panesi Edizioni “Dieci racconti brevi”. Negli anni ha raccolto diverse menzioni di merito in diversi premi nazionali. Da qualche mese pubblica sulla propria pagina Facebook brevi recensioni, molto apprezzate dai lettori, dei libri che ama e che più di tutti hanno influenzato il suo percorso.





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