martedì 6 giugno 2017

Recensione: Fore Morra

Per tutta l’infanzia e l’adolescenza avevo frequentato i bassifondi di Napoli, ma Castel Volturno era diverso. Non sembrava nemmeno di essere in Italia […]. Quando ritornavo a casa dal lavoro mi fermavo a osservare quel mondo in bilico. Quella era una terra in cui ogni colore tendeva al grigio. Perfino le albe e i tramonti sembravano avere lo stesso colore del fiume Volturno: un piombo smorto, simile a una distesa di cenere.

Fore Morra
di Diego Di Dio
Fanucci Time Crime

Trama
Alisa e Buba sono due sicari. Entrambi sono professionali, spietati, ben noti nell’ambiente. Lavorano insieme, ma non potrebbero essere più diversi. Buba è un uomo possente, maniacale, una perfetta macchina di morte dal passato ambiguo e oscuro. Alisa è una sopravvissuta. Si porta dietro il fardello di un’infanzia trascorsa tra violenze e angherie, tra abusi e povertà: è cresciuta ai margini di una società feroce e impietosa. Quando viene commissionato loro l’omicidio di un piccolo camorrista, scoprono che si tratta di una trappola architettata da un uomo potente e determinato, chiamato “il boss”, e di cui si sa una cosa sola: il suo obiettivo è catturare Alisa, catturarla viva. Andando a ritroso nella memoria, esplorando i tormenti e le violenze subite nella sua vita, Alisa dovrà capire chi si nasconde dietro la grande macchinazione congegnata ai suoi danni. Lei e Buba dovranno addentrarsi tra i quartieri di Napoli e negli antri bui della mente umana, per scoprire quanto profondo e devastante possa essere l’odio di un uomo tradito. Fore morra: fuori dalla camorra. Come proiettili impazziti, con tutti e con nessuno.




Già dal titolo intuiamo che questo non sarà un libro scontato. Già dal titolo capiamo che andremo a conoscere da vicino i meccanismi che regolano i clan camorristici campani, da Napoli a Castel Volturno. Già dal titolo Fore Morra, Diego Di Dio vuole lasciare una traccia forte e ben delineata ai lettori.

«Ma che ca…» riuscì a dire, quando il tocco gelido di una lama sul collo gli strozzò le parole in gola. Quasi non sentì il coltello che lo sgozzava. Un taglio netto e rapidissimo, eseguito da mani ferme.

Questo troviamo tra le prime pagine di Fore morra, e questo ci introduce senza tanti preamboli in un mondo di morte, di crudeltà, di ripicche e rivendicazioni. 

La prima volta che mio padre mi legò a una sedia ero ancora una bambina.

Alisa, anima forte e decisa, con una vita segnata fin dalla nascita, una vita da sempre a stretto contatto con il dolore.

Io sono la morte, lo sono sempre stata.

Nel suo percorso di crescita conosce solo il lato nero della vita: un padre che l’ha sempre odiata per averle portato via la donna che amava durante il parto, un cugino che l’ha sempre amata, arrivando a trasformare questo amore in odio puro. Amore e odio nella sua vita si confondo e si mescolano sfociando in una guerra più grande di lei. Ma nonostante ciò, non si può non entrare in empatia e provare affetto per lei.

Fu quella la prima volta che lo vidi bene. Doveva sfiorare il metro e novanta, le spalle larghe, la maglietta che metteva in risalto braccia e pettorali possenti. I capelli corti e scuri, gli occhi immobili.

Buba, da un lato amante della letteratura classica e della buona musica, dall’altro spietato assassino per professione. Unico punto fermo nella vita di Alisa, al quale affida ogni volta ad occhi chiusi la sua vita. L’unico uomo che non la tradisce. Un gigante buono, se non fosse per la freddezza con cui usa la sua Sig Sauer “d’ordinanza”.

Tuo padre ti ha venduta. Mi ripetei quella frase n mente, senza sosta. La scandii mentre piangevo in silenzio, mentre lacrime e sangue si mischiavano sul mio viso.

Un turbinio di personaggi li accompagna in questa storia: il padre di Alisa, Tony, don Antonello, Hassan, Augusto il pappone, Filippo Russo, per citarne alcuni… non si sa verso chi provare più disprezzo. E poi ci sono Pavella e Martin, unici raggi di luce nella vita di Alisa prima dell’arrivo di Buba.
Le vere protagoniste di questo crime sono loro, le città: Napoli e Castel Volturno, con le loro difficoltà, le bruttezze umane che nascondono nelle loro viscere, i luoghi in cui Alisa nasce e cresce, che, non riuscendo a plasmarla nel suo intimo, la lasciano scoperta alla mercé del crimine e della crudeltà, fisica e mentale. 

Un romanzo crudo, a tratti violento, ma reale. Uno spaccato del nostro Paese che conosciamo poco, anche se i giornali ci riportano molto spesso notizie riguardanti il mondo della camorra o delle mafie. 
Nonostante la durezza del tema trattato, non si può non affezionarsi ad Alisa, per il suo passato pieno di ingiustizie e crudeltà, e a Buba, per la fedeltà alla sua compagna.
La scrittura è esperta e tecnicamente eccellente, oltre che formalmente corretta. Lascia il lettore in quel continuo stato di suspense che tiene incollati gli occhi alle pagine.

Aspettiamo fortemente il seguito, perché la storia di Alisa non finisce qui…

Il mare dà il senso della prospettiva. È una delle poche cose, in questo mondo, che ancora non siamo riusciti a dominare. Quando si guarda il mare si guarda un assassino che dorme. Se volesse, potrebbe spazzarci via in un istante. Ecco perché chi è cresciuto ha bisogno del mare. Per ricordarsi di essere vivo. Per ricordarsi che, da un momento all’altro, potrebbe morire.

- Annalisa - 


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