venerdì 25 novembre 2016

Intervista a Domitilla Shaula Di Pietro - Sei ore e ventitré minuti

Se avete letto la mia recensione di «Sei ore e ventitré minuti» saprete che questo libro mi ha toccata profondamente, se non lo avete fatto QUI trovate la mia opinione del libro scritto da  Domitilla Shaula Di Pietro ed edito da TimeCrime.

Ecco la trama e la copertina

Settembre, è notte nella campagna toscana.
Frida è irrequieta e ha voglia di camminare. Si sente sicura, conosce quei luoghi e non ha paura. Afferra uno scialle mentre il cellulare le sta squillando, non se ne accorge ed esce. Pochi passi, un rumore di foglie calpestate, e Frida viene afferrata da dietro, trascinata in un casolare, legata a un letto per sei ore e ventitré minuti. Se urla, l’ammazza, se non fa come dice lui, aumenta il dolore. L’unico modo per sopravvivere è isolare la mente e volare lontano dove non c’è traccia di tutto quel sangue... Cosa sarebbe successo se avesse risposto al telefono? Quale destino le avrebbe riservato il futuro? Avrebbe evitato l’orrore di quella notte che l’ha segnata per sempre?
Un romanzo che racconta il dolore fisico e la profanazione mentale, la morte del cuore e la sua resurrezione, ipotizzando anche un’altra vita, fatta di sogni e problemi quotidiani; perché non sempre quello che sembra destinato a essere più rassicurante, è ciò che ci rende più forti e profondi.
Perché bisogna avere il coraggio di denunciare, sempre.



Ringrazio l'autrice per avermi dato la possibilità di porle qualche domanda proprio oggi, nel corso della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne.

1) Sei ore e ventitré minuti racconta una storia vera, la tua, perché hai deciso di mettere un avvenimento così duro e lacerante, nero su bianco?
Non fui in grado di denunciare in realtà, benché abbia scritto il contrario nel libro, come stimolo per le altre donne alla denuncia. Minacciò di uccidere me e i miei figli se lo avessi fatto, e io gli ho creduto. Ho deciso così di scrivere per due motivi: il primo è che quest’”uomo” è morto l’anno scorso, liberandomi dalla paura, il secondo è che avevo la necessità di chiudere il cerchio e solo parlandone l’avrei potuto fare. In realtà poi c’è un terzo motivo insito nelle mie parole, quello che si può uscire da questa devastazione, che le donne vittime di violenza possono e devono rinascere.

2) La violenza sulle donne è un tema attuale e un dramma di difficile soluzione, tu come pensi si possa far luce su queste vicende che spesso restano nel silenzio?
Non so rispondere a questa domanda, so che solo il 20 % denuncia, un numero veramente ancora troppo basso, ma so anche che in alcuni casi, come il mio, far luce è impossibile, a volte perfino molto pericoloso.Lo stato ci chiede di denunciare sempre ma poi, come ci tutela? Bisogna inasprire le pene, quelle che ci sono non bastano. Bisogna introdurre il carcere preventivo, bisogna mettere come base minima 10 anni di reclusione per chi si macchia di questi abusi, altrimenti una donna vittima di violenza si trasforma in un caso di femminicidio. Ne viene uccisa una ogni due giorni, qui si tratta di una piaga sociale ormai!
Una cosa però si può fare e lotterò fino a portarla a compimento: introdurre la materia della non-violenza nelle scuole. E nel mio piccolo girerò tra licei e università parlando della mia esperienza e raccontando alle ragazze come fare attenzione e come riconoscere eventuali stalker/violenti/assassini, spesso hanno caratteristiche che li accomunano. Di non perdonare uno schiaffo, MAI. Perché diventano due, poi tre, poi si muore.

3) Oggi cosa ti sentiresti di dire a una donna che ha subito violenza?
Che non è colpa loro, MAI! Che hanno incrociato nella vita persone sbagliate, malate, molto malate. Che ce la possono fare, che nonostante tutto la vita ci insegna che noi donne siamo capaci a rinascere anche dalle ceneri, più belle e più forti di prima. Che bisogna parlarne e non tenersi tutto dentro, che il silenzio uccide quanto la violenza stessa.
3) Frida, la protagonista del tuo libro, si trova a raccontare al lettore due vite differenti, usando la tecnica del sliding door, qual è il messaggio che vuoi fare arrivare al lettore?
Che la vita è bella e non solo brutta per la sua imprevedibilità. Che mi sono chiesta sempre in questi anni chi sarei stata se non avessi subito questa violenza e mi sono inventata una Frida parallela a quella vera, ma non per questo più sana e più forte. Uso spesso la parola resilienza: il coraggio di trasformare un evento traumatico in qualcosa di bello, in un punto di forza. Frida nel mio libro ce l’ha fatta e anche Domitilla nella realtà.
4) La frase del tuo libro a cui sei più legata
Non c’è una sola frase…Forse tutti i miei dialoghi con mia Nonna sono per me speciali e fonte di amore e crescita

5) Ci sono associazioni o realtà, che vuoi segnalare, che possono essere utili alle donne vittime di violenza?
Sì: Ti amo da morire di Serenella Sestito e Hands off Woman (HOW), entrambi capitanate da amiche speciali e persone sensibili pronte ad aiutare e ascoltare
Domitilla Shaula Di Pietro è nata e cresciuta a Roma. Si sposa poco più che ventenne e dedica la sua vita ai figli. A quarant’anni diventa pittrice quasi per caso, riscuotendo fin da subito un buon successo. Dopo due sceneggiature scritte per il cinema, Sei ore e ventitré minuti è il suo primo romanzo.


Grazie per averci raccontato la sua storia e per avermi permesso di intervistarti per il blog


1 commento:

  1. Virgy questa intervista è fantastica, parlarne parlarne e ancora parlarne. E soprattutto far capire che la colpa non è delle donne ma degli uomini malati che incontrano, è fondamentale per tentare un percorso di rinascita. <3

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