domenica 14 febbraio 2016

Pan Valentino: il racconto

Oggi è San Valentino  e, per festeggiare il giorno degli innamorati, vi lascio alla lettura di un bellissimo racconto di fantascienza distopica a tema con la giornata, scritto dalla bravissima Rossella Romano.
Ma prima vi ricordo che su Amazon, della stessa autrice, sono in offerta a 0.99 sia Immateria (fino 10 marzo) che il segno dei ribelli (fino 29 febbraio).

Buona lettura


Pan Valentino
di Rossella Romano
1
Dopo un viaggio durato fino a notte, l’aria nel carro era divenuta quasi irrespirabile. L’odore era quello acre, umido e caldo della paura. Le ragazze erano tutte sedute sul fondo, ma, ad ogni scossone delle grandi ruote di legno, cadevano malamente l’una sull’altra. Eppure nessuna protestava. Nessuna osava parlare. Una di loro le aveva afferrato la mano non appena si erano sedute, e la stringeva da allora, nel buio soffocante. Quando il cocchiere gridò per arrestare il carro, Ninfea sentì le dita dell’altra serrarsi ancor più forte intorno alle proprie. Ricambiò la stretta, per infondere coraggio alla compagna sconosciuta. Per infonderlo a se stessa.
Erano fuori dai Cancelli, nella Selva. Presto sarebbero andate in cerca del Pan.
La porta posteriore del carro si aprì, e il cocchiere afferrò una gamba della ragazza seduta in fondo, per farla scendere il più in fretta possibile. L’aria che arrivava da fuori era tinta d’argento, come la luna, e terribilmente gelida. La notte del Pan cadeva in pieno Verno.
In pochi attimi furono tutte fuori, a rabbrividire per il contrasto col calore in cui erano state immerse fino a un momento prima; il respiro che si condensava, gli occhi che vagavano fra gli alberi ricoperti di gelo e neve; pronte a fuggire all’istante, se una delle tante, orrende creature che abitavano l’Esterno si fosse mostrata.
Il cocchiere non le degnò nemmeno di un ultimo sguardo. Montò a cassetta, chiudendo la gabbia di protezione, e girò il carro, frustando gli ippoqui, per riprendere la via di casa. La Selva e il buio lo inghiottirono, i cigolii delle ruote si fusero col silenzio.
Le ragazze si guardarono l’un l’altra, ad occhi spalancati, prendendo coscienza a poco a poco di essere appena divenute rivali.
Una, una soltanto, pensò Ninfea fissando i grandi occhi chiari della compagna che le aveva tenuto la mano durante il viaggio. Vide una smorfia di rammarico attraversare il volto della ragazza. Probabilmente avevano condiviso lo stesso pensiero.
- Buona Fort... - cominciò a dire, quando un grido inumano, potente e sonoro la interruppe, facendola trasalire; scatenando in lei un terrore profondo e viscerale, lo stesso da cui sia sua madre, sia sua nonna avevano tentato di metterla in guardia.
Timor Panico.
L’effetto dell’urlo del Pan.
Alcune gridarono di riflesso, e presero a correre in ogni direzione, sparendo fra gli alberi. Altre caddero in ginocchio, tenendosi le mani sulle orecchie, scuotendo la testa e gemendo piano.
Eppure, di tutto ciò che abita la Selva, lui è il solo che non dobbiamo temere, rifletté Ninfea alzando gli occhi al cielo. Sembrava che anche la Luna stesse rabbrividendo, negli ultimi echi del richiamo.
Ma sono io che tremo.
Indossava una corta tunica di pelle che le lasciava braccia e gambe scoperte, stivali foderati di pelo e sulle spalle portava una sacca leggera. Conteneva il Dono per il Pan. Una preziosa reliquia dell’Ante. Ninfea si sfilò la sacca e l’aprì. Il Dono era al sicuro, avvolto nella stoffa.
La radura, ormai, era deserta. La ragazza si guardò intorno, posando una mano sulla fionda appesa alla cintura, l’unica arma che avrebbe avuto a disposizione per difendersi e attaccare. Chiuse gli occhi, per sentire il vento e capire da che direzione fosse arrivato il grido. Si stava esponendo, ma... stava anche raccogliendo le forze.

2
Fu l’odore ad avvertirla. Secco e polveroso, invadente al punto da serrarle la gola all’istante, insieme a un fruscio greve, come lo strusciare di un abito da cerimonia su un pavimento cosparso di sabbia. Ninfea s’immobilizzò un attimo prima di uscire allo scoperto, aggrappandosi alla corteccia di un albero abbastanza grande da offrirle un riparo, e fissò, da là dietro, la cosa che stava emergendo dal buio.
Aveva occhi piccoli e argentati, come minuscole lune ardenti. Una bocca enorme, piena di zanne, già macchiate di sangue. Quattro zampe artigliate e robuste, coperte in parte di pelo, in parte da piume grigie. E due grandi ali appena scostate dal corpo, che fregavano sul terreno che là, nel folto della Selva, era quasi del tutto sgombro dalla neve. L’origine del fruscio. La bestia se le trascinava dietro, avanzando fra gli alberi quasi a forza.
Ninfea staccò la fionda dai fianchi e la impugnò con la mano sinistra. La destra frugò nel sacchetto delle munizioni, in cerca di una sfera. Era liscia e fredda, fra le sue dita. E non sembrava possibile che potesse arrecare un qualunque danno al mostro.
Non mi vedrà, non mi vedrà, non mi vedrà... pregava intanto.
Ma non fu necessario. La bestia
la fiutò.
Il ruggito fu quasi p
iù spaventoso dell’urlo del Pan. Era... legnoso, come se nascesse da una
gola rivestita di placche ossee. La spinse a reagire d’istinto, a lasciare il riparo per tuffarsi subito fra gli alberi, su un nuovo sentiero. Un attimo e la cosa le fu dietro, la sentì ansimare dietro di sé, spezzare rami e farsi strada producendo qualcosa di simile a un cataclisma.
Qualunque cosa accada, torna viva,” le ripeté la voce di sua madre, nella mente.
Ma i tonfi di quelle zampe massicce erano ormai proprio dietro di lei. La bestia le artigliò la schiena e strappò. Ninfea sentì le cinghie della sacca che si spezzavano, e un bruciore intenso in mezzo alle scapole. Più gelido del terreno su cui cadde. Si voltò, si mise a sedere. Il mostro le stava sopra, ammorbandola con l’alito colmo dei miasmi del rivolo di scarico di un macello.
Non devo morire, non devo morire, pensò armando la fionda. La tese portando indietro la mano destra, a sfiorarsi l’orecchio, e tendendo la sinistra fino a tremare. Puntò dritto in uno degli occhi fosforescenti del mostro.
Il suono fu viscido, umido, rivoltante; il grido della bestia tanto orrendo da mozzarle il respiro. La ragazza s’infilò sotto la testa del mostro, che la sbatteva da un lato all’altro per scacciare il dolore; recuperò la sacca, (Mai, mai, mai perdere il Dono!), capriolò fra le sue zampe artigliate e corse via, ansimando di terrore ed eccitazione insieme, senza mai voltarsi indietro.
L’urlo si levò di nuovo, nel buio, percorrendo la Selva come un brivido. Il Pan era impaziente.

3
La Torre, la dimora del Pan, era tanto alta da intimidirla. Era di pietra, ma ferita in molti punti da rami appuntiti che disegnavano una sorta di cresta a spirale, che la percorreva per intero sul ciglio del sentiero esterno che conduceva in cima. Ninfea sollevò lo sguardo senza fretta, percorrendolo con la mente, preparandosi ad uscire allo scoperto, nella radura bagnata dalla luce della luna, e a risalirlo con un ultimo atto di coraggio. La distesa di neve, perfettamente intatta, rivelava che nessuna delle altre, ancora, aveva raggiunto la Torre.
Sono la prima... pensò la ragazza, voltandosi un attimo indietro ad immergere gli occhi nell’oscurità della Selva. Aveva sentito... grida di dolore e ululati di paura, quasi sempre interrotti di colpo. L’avevano guidata nel suo percorso, come consigli utili ma orribilmente odiosi; insieme all’odore dei predatori che aveva imparato così presto a riconoscere.
Sollevò una mano a sfiorare le cinghie della sacca che si era appesa al collo, con un nodo di fortuna, e camminò in piena vista, gli occhi fissi sulla cima della Torre, contornata da una fine nebbia di stelle.
L’urlo del Pan si levò un’ultima volta, nel silenzio.
Deve avermi vista... pensò Ninfea guardandosi intorno, rendendosi conto di essere l’unica macchia scura sul biancore della neve. L’urlo... stavolta era stato diverso; un richiamo terribile, un grido di trionfo, sì, ma... sporcato, alla fine, dall’eco di un sospiro di sollievo.
Il Pan si scostò dal vecchio marchingegno puntato sulla Selva, che gli potenziava la voce, voltandosi a guardare verso l’alcova al centro della stanza, e tornando, con questo, ad essere quello che era realmente. Soltanto un ragazzo.
Fra poco lei sarebbe apparsa, sulla soglia affacciata sulla notte, e l’avrebbe visto. Colpito da un’improvvisa incertezza, abbassò gli occhi per guardarsi, ispezionandosi. Era seminudo e pertanto coperto di brividi. Pensò di accendere il fuoco, ma non era ancora il momento. Allora, mentre attendeva sentendo il cuore battere sempre più forte, percorse con la punta delle dita le ferite che si era procurato nelle prove che aveva affrontato con gli altri, per diventare il Pan; premette i punti ancora dolenti per sostituire la paura con una sensazione più semplice da provare. Meno... disorientante.
L’arrivo di uno stormo immenso, poco prima dell’inizio del torneo, aveva reso le prove nella Selva difficili e cruente come mai prima.
È sopravvissuta... pensò il ragazzo sentendo gli occhi, ancora fissi sulla soglia, quasi bruciare. Tanta era la voglia di vederla, che dimenticava di battere le palpebre. Si chiese se sarebbe accaduto come gli avevano detto, se in quella notte avrebbero davvero cominciato ad amarsi, e, con sconcerto ancora più profondo, si chiese se lei, dopo, avrebbe accettato di accompagnarlo nel viaggio che li attendeva.
“È tuo dovere,” avevano detto. “Hai sconfitto la Selva infestata da uno stormo... davvero smisurato. Sei il primo Pan a sopravvivere a prove così dure, da molto, molto tempo. Se una compagna riuscirà a raggiungerti, sarà vostro compito andare in avanscoperta all’Esterno, in cerca di un luogo in cui fondare un nuovo vill...”
Ma dimenticò tutto, all’istante. Lei era lì, finalmente. E lo guardava con gli occhi spalancati, la bocca socchiusa, il respiro interrotto. Sospesa sul passo con cui avrebbe oltrepassato la soglia. Con cui lo avrebbe accettato.
È... pensò Ninfea, è... ma non trovò parole per descriverlo. Lo fissò, accorgendosi, alla luce del raggio di luna in cui era immerso, che lo sguardo dei suoi occhi era bruciante come una fiamma viva. E trema, riconobbe, guardando il resto di lui e sentendosi stringere la gola, nel farlo. Trema quasi più di me.
Nell’attimo più importante di tutta la sua vita avrebbe dovuto restare seria, lo sapeva. Invece sorrise e varcò la soglia.
È dentro, pensò lui, colmando in un attimo la distanza che li separava.
Si fermò... a meno di un passo. “Sei arrivata,” disse serrando i pugni, per impedirsi di toccarla. Ma la vide tremare e si arrese. Le passò le braccia intorno, rabbrividendo, posandole una mano sulla nuca, l’altra sulla schiena, sotto la sacca, sentendo una sensazione strana, come... “Sei ferita,” riconobbe, chiedendosi perché il solo pensarlo lo sconvolgesse così.
Ma lei sussurrò: “Non è niente, ma ho freddo. Accetta il Dono, per favore. Almeno potrai accendere il fuoco.”
Il Dono... il cucciolo che lei aveva protetto facendogli scudo con la propria vita. Era... solo una rappresentazione, naturalmente; di un animale vissuto nell’Ante, e adesso estinto. Il ragazzo si scostò appena perché lei potesse aprire la sacca, toglierlo dall’involto e porgerglielo. Era sciupato dallo scorrere del tempo, ma trasmetteva ancora, a dispetto di tutto, un’idea di tenerezza. Lui lo

guardò negli occhi neri, di un materiale duro, liscio e sconosciuto; lesse la formula sul petalo rosso e morbido che il cucciolo stringeva fra le zampe e attese che lei la pronunciasse.
Iloveyourecitò Ninfea, in un sussurro quasi inavvertibile. Si chiese se fosse vero, se pronunciarla l’avrebbe spinta ad amarlo. Teneva gli occhi bassi. Quando le mani di lui le tolsero il Dono dalle mani, posandosi per un attimo sulle sue, la ragazza sollevò lo sguardo e non ebbe più alcun dubbio.
FINE


L’idea per “Pan Valentino” mi è esplosa in testa come un’immagine folgorante, all’improvviso e già completa. Non ne so altro, se non quello che ho inserito nel testo. Sono stata catturata immediatamente dall’idea di mettere su carta un racconto che parlasse di un mondo devastato da un cataclisma così assoluto, o così distante nel tempo, da aver prodotto mutazioni improbabili e ridotto tutta la storia dell’Uomo ad un unico, indistinto, calderone: il paganesimo, i nomi dei Santi, persino i riti consumistici contemporanei che ci spingono a comprare pupazzi e a regalarli. In questo senso contiene un piccolo scherzo a danno dei miei personaggi, e, mentre lo scrivevo, ero perplessa all’idea di star prendendoli in giro, perché in genere nutro il massimo rispetto per loro, visto il legame che ci lega. Poi ho pensato che attraversiamo tutti un’età, (appena precedente a quella dei protagonisti), in cui davvero un qualsiasi animale di pezza, comprato in una qualsiasi cartoleria a metà febbraio, può diventare l’oggetto più prezioso del mondo, ai nostri occhi. Tutto dipende da chi sia stato a donarcelo. Perciò Buon San Valentino e tenetevi stretti i vostri orsetti di peluche! ^ ^ 

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